Le ultime drammatiche vicende politiche internazionali, danno al sottoscritto ancora una volta, un serio motivo di riflessione.
Scorazzando su internet e su alcuni social network, ho potuto constatare che in non pochi casi i commenti scritti dagli utenti riguardanti precisamente la nuova avanzata del fondamentalismo islamico in Siria e Iraq sono tipici di una cultura, quella occidentale, tronfia di orgoglio e una indiscussa superiorità politica, culturale e umana che permette agli utenti di esprimersi in maniera rozza e sprezzante.
A primo acchito sembrerebbe effettivamente che i fondamentalisti siano quelli cattivi mentre gli americani che sganciano bombe e missili sui convogli jihadisti sono i buoni tutori dell'ordine e della pace internazionale. Non voglio tuttavia mettere in alcun dubbio gli orrori e le atrocità commesse dai fondamentalisti nella loro avanzata e nel loro persistente delirio religioso ma mi si consenta di picconare la tanto declamata e affermata superiorità politica e culturale degli occidentali.
Per i tanti ignoranti di storia, sarebbe bene rinfrescare la memoria su come proprio dall'Oriente siano arrivate le migliori conoscenze in un periodo storico in cui l'occidente cristiano marciva lacerato dal feudalesimo e dalla mancanza cronica di un potere centrale secolare.
Dall'Oriente arivvarono durante i cosiddetti "secoli bui" le nozioni di astronomia, algebra, medicina, e giochi come gli scacchi seppur le regole del nobil giuoco erano completamente differenti.
Venezia commerciava indisturbata sia con Costantinopoli sia con i vari potentati islamici ingigantendo la propria ricchezza e il proprio dominio sull'Adriatico, per svariati secoli l'occupazione araba dei luoghi Santi a gerusalemme e dintorni permise l'arrivo dei pellegrini cristiani seppur con restrizioni ma senza dare alimento alla propaganda in cui si urlava ad eccidi e crimini mostruosi compiuti contro i pellegrini crisitani diretti a Gerusalemme.
L'attacco e l'invasione del Medio oriente si ebbe sul finire dell'XI secolo quando a Clermont Ferrand, Urbano II incitò baroni e vassalli francesi a prendere la croce, con l'intento ben preciso di liberare il Regno Franco dalle turbolenze dei feudatari e in secondo luogo per purificare i luoghi della vita di Gesù Cristo, quello che inizialmente fu una processione secolare male armata, più tardi si organizzò in una vera e propria guerra dichiarata in cui vassalli europei vedevano nella Terra Santa territori di conquista e dominio coperti dalla scusa riusibile di adempiere alla promessa religiosa di liberare la Città Santa.
Se oggi abbiamo giustamente raccapriccio per i crimini commessi dalle varie sigle fondamentaliste islamiche e orrore per la legge della Sharia sappiamo che i nostri crimini hanno secoli addosso.
La conquista di Gerusalemme nel 1099 si compì con una strage indiscriminata di vecchi, uomini, donne e bambini che con i loro corpi orrendamente mutilati e sventrati riempivano le vie della Città Santa.
Una altra Crociata, la quarta detta l'incompiuta, vide la partecipazione di crociati e Veneziani che per altre ragioni dirottarono la spedizione a Costantinopoli sottoponendola a un eccidio e a un saccheggio spaventoso durato alcuni giorni dopo aver raso al suolo alcuni quartieri. I cattolici crociati nutrivano un certo risentimento e una certa invidia per la capitale dell'Impero bizantino che pur essendo cristiana aveva adottato il rito ortodosso e dunque l'odio religioso si mescolò agli altri sentimenti sopra enunciati.
Di orrori e stragi sono piene le cronache del mondo occidentale e testimone anche la terra dei crisitiani. Per reprimere l'eresia dei Catari che si era diffusa e radicata fortemente nella Francia Meridionale e in Italia diversi Papi emanarono bolle in cui istituivano, regolavano e regolarizzavano la tortura e la Santa Inquisizione, a Beziers l'esercito crociato (che aveva subito un attacco dalle forze cittadine catare) conquistò la città sterminando oltre 20mila persone facendosi scudo della ipocrita frase "uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi", altre stragi seguiorono nelle città vicine e solo dopo quasi un secolo di lotta il catarismo fu estirpato non senza migliaia di morti ammazzati e detenuti condannati dall'Inquisizione.
Cosa dire delle stragi compiute dai cattolicissimi conquistadires spagnoli all'indomani della Scoperta dell'America? milioni furono gli indigeni che perirono sotto il mito dell'Evangelizzazione forzata e del piombo europeo oltre che alla diffusione delle malattie europee come il vaiolo.
Non dimentichiamo le ferocissime guerre di religione che per quasi settant'anni dilaniarono la Francia del XVI secolo con migliaia di morti e altrettante migliaia di morti in tutta la Francia durante la "Notte di San Bartolomeo" massacri, stupri, violenze e saccheggi durarono alcuni mesi, mentre la tragica notte del santo martirizzato aveva provocato a parigi almeno 2000 morti ammazzati in una folle e cieca caccia al protestante.
Ripetiamo ancora gli orrori suscitati dalla Santa Inquisizione Spagnola che per decenni perseguitò moriscos e marrani sospettandoli di praticare nasacostamente ancora la loro religione di origine, e poi le campagne di battesimi forzati, esilio, spoliazione dei beni....tutto in nome della religione cattolica utilizzata per coprire le infamie e gli orrori del progredito mondo occidentale.
Poi la Rivoluzione Francese, ilo tanto sbandierato momento di libertà ed eguaglianza e giustizia sociale, il tanto amato momento in cui una nazione si era spogliata del vecchio sistema orrendo per adottarne uno nuovo, più equo, più moderno e più giusto, talmente giusto, talmente libero che le armate rivoluzionarie saccheggiarono, distrussero tombe e reliquie di santi, trucidarono frati, suore, incendiarono monasteri, mentre il governo giacobino vietava di accompagnare i funerali con simboli cattolici meno che mai la croce cristiana, pena la ghigliottina, oppure istituiva religione surrogate come la Dea Ragione, aboliva il calendario cristiano e imponeva al clero il giuramento patetico al nuovo governo nato dai lumi della Ragione, mentre era l'incendio della follia.
Tutto ciò avvenuto nel modernissimo e avanzato mondo occidentale che si crede superiore e all'avanguardia rispetto a quello orientale dominato dalle nebbia dell'islam. Non che sia finita qui, il superiore mondo occidentale si abbandona, dimentico della libertà religiosa, a insultare, disprezzare, i credenti cattolici e delle altre confessioni cristiane definendoli pazzi, debosciati, pedofili e visionari quando gli insulti sono benevoli, il tutto condito dall'ipocrisia quando a compiere gesti orrendi sono gli orientali islamici.
Una parabola crisitiana invitava a vedere la trave all'interno del proprio occhio invece che la pagliuzza in quello del prossimo e forse a porsi una domanda sensata, dopo tutto siamo ancora da cosiderare e possiamo considerarci umanamente superiori?
sabato 9 agosto 2014
mercoledì 9 luglio 2014
Un Nuovo Concilio?
Recentemente Papa Francesco ha monopolizzato l'attenzione dei mass media per il lancio a sorpresa di una scomunica verbale ai mafiosi, affermando che essi, per i loro atti criminali, sono da considerarsi fuori dalla comunità cristiana.
Il tema in questione è un altro, a mio avviso è arrivato il momento di fare un po' di pulizia sia all'interno della gerarchia ecclesiastica, sia tra i presunti fedeli. Il mondo secolare, sempre aggrappato alle evoluzione e ai cambiamenti di società, stili di vita, tradizioni e concetti di giustizia sociale, pare sia riuscito nell'impresa di contaminare anche la Chiesa cattolica che, con la scusa del dialogo e della linea morbida ha sperto le porte a un rilassamento dei costumi e al suo nemico numero uno, almeno sul piano secolare: il relativismo.
Sono pochi i veri fedeli che praticano quotidianamente gli insegnamenti del Vangelo e i precetti cattolici, la restante parte si reca a Messa per abitudine, per poi peccare più di prima anche grazie a moltissimi sacerdoti che vestono l'abito come lavoro più o meno retribuito che certamente non mostrano un esempio lampante, anche dal punto di vista della vita privata.
La domanda corrente e quanto mai attuale è questa: quale strada ha imboccato la Chiesa? Quale strada, se mai non ne ha imboccata nessuna, vuole intraprendere? Quali sono i valori indiscutibili? A tali domande non si può rispondere con una scomunica verbale e gettata lì ai mafiosi, cosa assai ridicola e molto discutibile, ma innanzitutto serve fermarsi un attimo, guardarsi attorno e prendere qualche dolorosa decisione.
Il dialogo con il mondo secolare forte dei suoi pseudo valori non significa in alcun modo barattare i propri a buon mercato, ma semmai chiarire che la Chiesa parte dal dialogo per affermare i suoi valori e i suoi principi e innanzitutto affermare definitivamente che, essere cattolici non significa esserlo perchè si crede passivamente agli insegnamente ricevuti, ne tantomeno esserlo sulla carta perchè lo si dichiara in qualche sondaggio.
La fede religiosa (questo deve essere il dovere della Chiesa) significa attuarne i precetti in maniera quotidiana e far capire che i valori attuati e insegnati dalla Chiesa sono in alcuni casi assai superiori a quelli propinati dal mondo secolare. Non si tratta di manifestare contro l'aborto e il divorzio e fare volantinaggio religioso-politico ma applicare i valori nel vivere comune.
Ovviamente è indispensabile, affinchè, si possa tornare, da parte della Chiesa a pretendere l'esercizio della fede e dei precetti, che essa assuma sembianze assai più credibili di quelle odierne, non necessariamente tornare a essere una roccaforte chiusa ermeticamente al mondo extravaticano, ma in grado di proporsi come una unica alternativa valida.
Innanzitutto è necessario convocare un Concilio solenne che prenda importantissime quanto delicatissime e gravi decisioni.
Basta con la linea morbida e il dialogo che porta a barattare e svendere valori e porsi qualche interrogativo per poi agire di conseguenza.
In primo luogo: la Chiesa condanna senza appello la pratica dell'aborto chirurgico e le altre forme anticoncezionali anche se esse impediscono la trasmissione di malattie infettive? Se la Scienza ha stabilito che il termine vita va applicato anche alle primissime forme di vita unicellulare, allora la pratica dell'aborto chirurgico per la Chiesa va considerato esclusivamente come un omicidio, quindo come un peccato mortale.
Alla donna abortista a cui va comunque lasciato la libertà di scelta, almeno sul piano secolare, dovrebbe essere vietata "ad interim" la somministrazione di tutti i sacramenti (comunione, confessione, eucarestia, ingresso in terreno consacrato e sepoltura fuori dal terreno consacrato) oltre a impedirle di battezzare i propri figli e a essi far ricevere il restante dei sacramenti fino a quando la donn a non mostra un edeguato pentimento e richiede di essere riammessa tra i fedeli e ricevere il resto dei sacramenti. Nei casi gravi si può arrivare alla scomunica e la Chiesa dovrebbe possedere un database di coloro che con il loro comportamento sono stati esclusi dalla comunità e far rispettarne l'allontanamento fino al pentimento con la richiesta davanti al Pointefice di essere riammessa.
Punto secondo: divorzio. La Chiesa condanna ancora la legge sul divorzio in quanto contraria al principio del "Ciò che Dio unisce, l'uomo non divida"? Esistono particolari situazioni in cui un matrimonio può essere sciolto da un ente ecclesiastico preposto? Se per la Chiesa il divorzio è un peccato mortale e se, in un Concilio serio si decida che esso porta il credente in aperto dissidio con la Chiesa esso va, solennemente condannato senza appello e i praticanti privati, come le donne abortiste dei sacramenti per se e per la famiglia di origine e per i figli avuti dal matrimonio fallito. A entrambi va vietato l'ingresso nelle Chiese, la partecipazione a ogni forma liturgica, la possibilità di confessarsi all'interno di luoghi consacrati e di ricevere l'assoluzione, di ricevere ancora meno la comunione e, se irridiccibili l'eucarestia e i sacramenti per i figli. Non solo, se la Chiesa condanna senza appello la pratica del divorzio per futili motivi (incompatibilità di carattere, aridità sentimentale, tradimenti etc.) allora altrettanto da condannare è la possibilità, concessa dal mondo secolare e dalle sue istituzioni, di contrarre nuove nozze, rendendo bigamo e meritevole di scomunica, il o la contraente con divieto perpetuo di ricevere l'eucarestia e la facoltà per il prete di applicare questa opzione.
Punto terzo: il ripristino dell'interdetto. Esso andrebbe applicato alle parrocchie e alle chiese al cui interno il prete o il rappresentantedella gerarchia ecclesiastica non applica con rigore e in maniera ferrea, le decisioni prese dal Concilio sopratutto in materia di divorzio e aborto). L'interdetto dovrebbe prevedere la chiusura a divinis della o delle chiese interessate, il divieto di celebrare messe e ogni genere di sacramenti fino alla sua possibile scensacrazione ufficiale e alla scomunica dell'ecclesiastico in questione.
Quello fin qui scritto non deve far pensare al sottoscritto come un fanatico cattolico ultramilitante, ma a una esplicita richiesta di chiarezza da parte della Chiesa che con un Concilio dovrebbe prendere decisioni in merito alle questioni sopra elencate sempre se si riconosce nella Chiesa che, nei secoli precedenti era militante e operativa nella salvezza delle anime anzichè nel barattare valori. Essere convinti che la Chiesa debba essere misurata con criteri e idee secolari è fuori luogo, tutto ciò che concerne la religione cattolica ha un suo e d esclusivo metro di giudizio e proprie leggi che molto spesso non combaciano con le idee erette nel secolo. La Chiesa dovrebbe fermarsi così come i suoi fedeli e capire finalmente che il cattolicesimo militante non è cantare slogan al papa di turno, ne tantomeno sventolare fazzoletti colorati o possedere e far benedire immaginette sacre, quanto piuttosto sforzarsi quotidianamente di applicare alla lettera, perchè convinti e saldi della propria fede gli insegnamenti e i precetti del cattolicesimo, senza tuttavia essere sordi, ciechi e muti e vivere nel mondo secolare la propria fede. La cosa più difficile per un cattolico è dimostrare di esserlo mentre è più facile gettare nel dimenticatoio i precetti religiosi per vivere a pino dei valori offerti dal mondo secolare e fari si che certi valori secolari siano utilizzati egoisticamente a proprio vantaggio o quando servono per tutelare i nostri interessi.
Il tema in questione è un altro, a mio avviso è arrivato il momento di fare un po' di pulizia sia all'interno della gerarchia ecclesiastica, sia tra i presunti fedeli. Il mondo secolare, sempre aggrappato alle evoluzione e ai cambiamenti di società, stili di vita, tradizioni e concetti di giustizia sociale, pare sia riuscito nell'impresa di contaminare anche la Chiesa cattolica che, con la scusa del dialogo e della linea morbida ha sperto le porte a un rilassamento dei costumi e al suo nemico numero uno, almeno sul piano secolare: il relativismo.
Sono pochi i veri fedeli che praticano quotidianamente gli insegnamenti del Vangelo e i precetti cattolici, la restante parte si reca a Messa per abitudine, per poi peccare più di prima anche grazie a moltissimi sacerdoti che vestono l'abito come lavoro più o meno retribuito che certamente non mostrano un esempio lampante, anche dal punto di vista della vita privata.
La domanda corrente e quanto mai attuale è questa: quale strada ha imboccato la Chiesa? Quale strada, se mai non ne ha imboccata nessuna, vuole intraprendere? Quali sono i valori indiscutibili? A tali domande non si può rispondere con una scomunica verbale e gettata lì ai mafiosi, cosa assai ridicola e molto discutibile, ma innanzitutto serve fermarsi un attimo, guardarsi attorno e prendere qualche dolorosa decisione.
Il dialogo con il mondo secolare forte dei suoi pseudo valori non significa in alcun modo barattare i propri a buon mercato, ma semmai chiarire che la Chiesa parte dal dialogo per affermare i suoi valori e i suoi principi e innanzitutto affermare definitivamente che, essere cattolici non significa esserlo perchè si crede passivamente agli insegnamente ricevuti, ne tantomeno esserlo sulla carta perchè lo si dichiara in qualche sondaggio.
La fede religiosa (questo deve essere il dovere della Chiesa) significa attuarne i precetti in maniera quotidiana e far capire che i valori attuati e insegnati dalla Chiesa sono in alcuni casi assai superiori a quelli propinati dal mondo secolare. Non si tratta di manifestare contro l'aborto e il divorzio e fare volantinaggio religioso-politico ma applicare i valori nel vivere comune.
Ovviamente è indispensabile, affinchè, si possa tornare, da parte della Chiesa a pretendere l'esercizio della fede e dei precetti, che essa assuma sembianze assai più credibili di quelle odierne, non necessariamente tornare a essere una roccaforte chiusa ermeticamente al mondo extravaticano, ma in grado di proporsi come una unica alternativa valida.
Innanzitutto è necessario convocare un Concilio solenne che prenda importantissime quanto delicatissime e gravi decisioni.
Basta con la linea morbida e il dialogo che porta a barattare e svendere valori e porsi qualche interrogativo per poi agire di conseguenza.
In primo luogo: la Chiesa condanna senza appello la pratica dell'aborto chirurgico e le altre forme anticoncezionali anche se esse impediscono la trasmissione di malattie infettive? Se la Scienza ha stabilito che il termine vita va applicato anche alle primissime forme di vita unicellulare, allora la pratica dell'aborto chirurgico per la Chiesa va considerato esclusivamente come un omicidio, quindo come un peccato mortale.
Alla donna abortista a cui va comunque lasciato la libertà di scelta, almeno sul piano secolare, dovrebbe essere vietata "ad interim" la somministrazione di tutti i sacramenti (comunione, confessione, eucarestia, ingresso in terreno consacrato e sepoltura fuori dal terreno consacrato) oltre a impedirle di battezzare i propri figli e a essi far ricevere il restante dei sacramenti fino a quando la donn a non mostra un edeguato pentimento e richiede di essere riammessa tra i fedeli e ricevere il resto dei sacramenti. Nei casi gravi si può arrivare alla scomunica e la Chiesa dovrebbe possedere un database di coloro che con il loro comportamento sono stati esclusi dalla comunità e far rispettarne l'allontanamento fino al pentimento con la richiesta davanti al Pointefice di essere riammessa.
Punto secondo: divorzio. La Chiesa condanna ancora la legge sul divorzio in quanto contraria al principio del "Ciò che Dio unisce, l'uomo non divida"? Esistono particolari situazioni in cui un matrimonio può essere sciolto da un ente ecclesiastico preposto? Se per la Chiesa il divorzio è un peccato mortale e se, in un Concilio serio si decida che esso porta il credente in aperto dissidio con la Chiesa esso va, solennemente condannato senza appello e i praticanti privati, come le donne abortiste dei sacramenti per se e per la famiglia di origine e per i figli avuti dal matrimonio fallito. A entrambi va vietato l'ingresso nelle Chiese, la partecipazione a ogni forma liturgica, la possibilità di confessarsi all'interno di luoghi consacrati e di ricevere l'assoluzione, di ricevere ancora meno la comunione e, se irridiccibili l'eucarestia e i sacramenti per i figli. Non solo, se la Chiesa condanna senza appello la pratica del divorzio per futili motivi (incompatibilità di carattere, aridità sentimentale, tradimenti etc.) allora altrettanto da condannare è la possibilità, concessa dal mondo secolare e dalle sue istituzioni, di contrarre nuove nozze, rendendo bigamo e meritevole di scomunica, il o la contraente con divieto perpetuo di ricevere l'eucarestia e la facoltà per il prete di applicare questa opzione.
Punto terzo: il ripristino dell'interdetto. Esso andrebbe applicato alle parrocchie e alle chiese al cui interno il prete o il rappresentantedella gerarchia ecclesiastica non applica con rigore e in maniera ferrea, le decisioni prese dal Concilio sopratutto in materia di divorzio e aborto). L'interdetto dovrebbe prevedere la chiusura a divinis della o delle chiese interessate, il divieto di celebrare messe e ogni genere di sacramenti fino alla sua possibile scensacrazione ufficiale e alla scomunica dell'ecclesiastico in questione.
Quello fin qui scritto non deve far pensare al sottoscritto come un fanatico cattolico ultramilitante, ma a una esplicita richiesta di chiarezza da parte della Chiesa che con un Concilio dovrebbe prendere decisioni in merito alle questioni sopra elencate sempre se si riconosce nella Chiesa che, nei secoli precedenti era militante e operativa nella salvezza delle anime anzichè nel barattare valori. Essere convinti che la Chiesa debba essere misurata con criteri e idee secolari è fuori luogo, tutto ciò che concerne la religione cattolica ha un suo e d esclusivo metro di giudizio e proprie leggi che molto spesso non combaciano con le idee erette nel secolo. La Chiesa dovrebbe fermarsi così come i suoi fedeli e capire finalmente che il cattolicesimo militante non è cantare slogan al papa di turno, ne tantomeno sventolare fazzoletti colorati o possedere e far benedire immaginette sacre, quanto piuttosto sforzarsi quotidianamente di applicare alla lettera, perchè convinti e saldi della propria fede gli insegnamenti e i precetti del cattolicesimo, senza tuttavia essere sordi, ciechi e muti e vivere nel mondo secolare la propria fede. La cosa più difficile per un cattolico è dimostrare di esserlo mentre è più facile gettare nel dimenticatoio i precetti religiosi per vivere a pino dei valori offerti dal mondo secolare e fari si che certi valori secolari siano utilizzati egoisticamente a proprio vantaggio o quando servono per tutelare i nostri interessi.
mercoledì 25 giugno 2014
Il crepuscolo degli dei del calcio.
Eccoci, ancora una volta a commentare quello che, personalmente, ritenevo inevitabile. La catastrofica contro-marcia della nazionale di calcio italiana ai mondiali di calcio in Brasile.
Inevitabile, dal mio punto di vista, una conclusione disastrosa solo guardando i convocati per un Mondiale: Parolo, Paletta, Cerci, Immobile, Cassano le cui convocazioni vanno a stento bene per una amichevole contro le isole Faer Oer, non certo per la fase finale di una competizione di altissimo livello.
La colpa, tuttavia non è da attribuire al commissario tecnico Cesare Prandelli che, dopo l'eliminazione, ha consegnato le proprie dimissioni appropriandosi di colpe non proprio sue ma semmai son o attribuibili del calcio nostrano che annaspa in Europa da alcuni anni.
Il calcio italiano attraversa una crisi gravissima che l'eliminazione ai mondiali in Sud Africa quattro anni aveva solo mostrato i primi sintomi che con la finale agli Europei e la discreta partecipazione alla Conf Cup si credeva ormai alle spalle e che invece, oggi non solo torna, ma torna con dimensioni assai ingigantite.
Non si tratta solo di ricambio generazionale, la questione è più complessa e la ricostruzione sportiva e calcistica della nazionale deve essere totale e completa in ogni settore.
Punto primo: Ha senso, dopo gli ultimi scadenti risultati mondiali, far giocare un campionato a 20 squadre con un calendario lunghissimo e una stagione interminabile? Risposta: No. La ricostruzione parte anche da qui.
Se davvero si ha intenzione di rendere la nazionale di calcio italiana assai simile a un club, allora sarebbe il momento di ridurre a 16 le squadre partecipanti al campionato di serie A, lasciando molto più spazio alla nazionale e all'organizzazione non soltanto di amichevoli con squadre abbordabili, ma sopratutto con nazionali dalla formazione,dal gioco e dalla preparazione temibilissima che richiedono uno sforzo maggiore e una profuzione di impegno agonistico più elevato.
Punto secondo: Le società di calcio dovrebbero mutare atteggiamento: possedere, soprattutto per un piccolo-medio club un ottimo giocatore dalle spiccate prospettive di crescita significa investire su di lui e creare attorno a lui una formazione che possa portare risultati apprezzabili per la stessa società e il suo magro albo d'oro. Le stesse dovrebbero cercare di allestire vivai giovanili e prediligere giovani campioni nostrani, invece che acquistare a parametro zero o a basso costo ipotetici campioni da baraccone.
Punto terzo: Denaro. La FIGC dovrebbe intervenire duramente e definitivamente imponendo un tetto salariale ai giocatori che non hanno tutti questi diritti nel battere i piedi per ottenere adeguamenti monetari se per una stagione aggiungono il loro nome alla lista dei maggiori marcatori.
Logicamente serve anche e soprattutto un ridimensionamento assai forte del mondo del calcio. La seconda disfatta consecutiva al mondiale dovrebbe portare mass media e sponsor a "snobbare" di più il gioco del calcio in Italia visti i risultati e la qualità stessa del campionato italiano. Dunque iniziare una nuova era nel guardare il calcio con occhi nuovi senza drammi e titoli da fine del mondo se la nazionale o un club sono eliminati ai gironi nelle varie competizioni, niente articoli da farisei che si stracciano le vesti se un tale allenatore è in bilico per mancanza di risultati. Assai meno enfasi e ansia nel presentare un gara di campionato o un incontro della nazionale e molta meno pressione mass mediatica nei riguardi di giocatori che dovrebbero essere retribuiti assai di meno, godere di meno privilegi e presentati come semplici uomini che praticano un comunissimo gioco e sport che non dovrebbe avere una visibilità immensa.
Sarebbe il caso di concentrare l'attenzione dei giornalisti sportivi su altri sport meno apprezzati che richiedono non solo un impegno fisico e atletico ma anche mentale, insomma dirigere e sparpagliare l'attenzione e i finanziamenti su altri sport che alle olimpiadi, in passato hanno dato soddisfazioni come la pallanuoto, la pallamano, il tiro con l'arco, la pallacanestro, la scherma, lo sci e il tennis.
Anche i tifosi e i calciofili sono chiamati a fare la loro figura. Meno attenzione e attesa per uno sport comunissimo che ha goduto solo di privilegi scandalosi e finanziamenti vergognosi, entrare nell'ordine delle idee che il calcio è uno sport comunissimo come tanti altri in cui giocano atleti che dovrebbero avere compensi e retribuzioni, visti gli ultimi risultati, assai sotto la media.
Far cadere dall'Olimpo calcistico i falsi dei riportandoli con le ginocchia per terra servirà al mondo del calcio per darsi una normalizzata definitiva, senza la pressione e l'atmosfera oppressiva di cui ha goduto vergognosamente fino ad adesso, e a noi nel vedere le cose davvero come stanno e come vanno: ovvero un gioco e solo un gioco che non merita particolare attenzione le cui squadre hanno a disposizione quasi sempre tre risultati: pareggio vittoria e sconfitta e se un club o la nazionale si abbona quest'ultima il crepuscolo e la maledizione si abbattano su di essa e non su di noi che, abbiamo altro a cui pensare e che dovremmo limitare a vedere lo sport del calcio come una simpatica ma momentanea distrazione di novanta minuti, il cui moto del pianeta continua come continua lo scorrere del tempo e della vita di ciascuno di noi.
Inevitabile, dal mio punto di vista, una conclusione disastrosa solo guardando i convocati per un Mondiale: Parolo, Paletta, Cerci, Immobile, Cassano le cui convocazioni vanno a stento bene per una amichevole contro le isole Faer Oer, non certo per la fase finale di una competizione di altissimo livello.
La colpa, tuttavia non è da attribuire al commissario tecnico Cesare Prandelli che, dopo l'eliminazione, ha consegnato le proprie dimissioni appropriandosi di colpe non proprio sue ma semmai son o attribuibili del calcio nostrano che annaspa in Europa da alcuni anni.
Il calcio italiano attraversa una crisi gravissima che l'eliminazione ai mondiali in Sud Africa quattro anni aveva solo mostrato i primi sintomi che con la finale agli Europei e la discreta partecipazione alla Conf Cup si credeva ormai alle spalle e che invece, oggi non solo torna, ma torna con dimensioni assai ingigantite.
Non si tratta solo di ricambio generazionale, la questione è più complessa e la ricostruzione sportiva e calcistica della nazionale deve essere totale e completa in ogni settore.
Punto primo: Ha senso, dopo gli ultimi scadenti risultati mondiali, far giocare un campionato a 20 squadre con un calendario lunghissimo e una stagione interminabile? Risposta: No. La ricostruzione parte anche da qui.
Se davvero si ha intenzione di rendere la nazionale di calcio italiana assai simile a un club, allora sarebbe il momento di ridurre a 16 le squadre partecipanti al campionato di serie A, lasciando molto più spazio alla nazionale e all'organizzazione non soltanto di amichevoli con squadre abbordabili, ma sopratutto con nazionali dalla formazione,dal gioco e dalla preparazione temibilissima che richiedono uno sforzo maggiore e una profuzione di impegno agonistico più elevato.
Punto secondo: Le società di calcio dovrebbero mutare atteggiamento: possedere, soprattutto per un piccolo-medio club un ottimo giocatore dalle spiccate prospettive di crescita significa investire su di lui e creare attorno a lui una formazione che possa portare risultati apprezzabili per la stessa società e il suo magro albo d'oro. Le stesse dovrebbero cercare di allestire vivai giovanili e prediligere giovani campioni nostrani, invece che acquistare a parametro zero o a basso costo ipotetici campioni da baraccone.
Punto terzo: Denaro. La FIGC dovrebbe intervenire duramente e definitivamente imponendo un tetto salariale ai giocatori che non hanno tutti questi diritti nel battere i piedi per ottenere adeguamenti monetari se per una stagione aggiungono il loro nome alla lista dei maggiori marcatori.
Logicamente serve anche e soprattutto un ridimensionamento assai forte del mondo del calcio. La seconda disfatta consecutiva al mondiale dovrebbe portare mass media e sponsor a "snobbare" di più il gioco del calcio in Italia visti i risultati e la qualità stessa del campionato italiano. Dunque iniziare una nuova era nel guardare il calcio con occhi nuovi senza drammi e titoli da fine del mondo se la nazionale o un club sono eliminati ai gironi nelle varie competizioni, niente articoli da farisei che si stracciano le vesti se un tale allenatore è in bilico per mancanza di risultati. Assai meno enfasi e ansia nel presentare un gara di campionato o un incontro della nazionale e molta meno pressione mass mediatica nei riguardi di giocatori che dovrebbero essere retribuiti assai di meno, godere di meno privilegi e presentati come semplici uomini che praticano un comunissimo gioco e sport che non dovrebbe avere una visibilità immensa.
Sarebbe il caso di concentrare l'attenzione dei giornalisti sportivi su altri sport meno apprezzati che richiedono non solo un impegno fisico e atletico ma anche mentale, insomma dirigere e sparpagliare l'attenzione e i finanziamenti su altri sport che alle olimpiadi, in passato hanno dato soddisfazioni come la pallanuoto, la pallamano, il tiro con l'arco, la pallacanestro, la scherma, lo sci e il tennis.
Anche i tifosi e i calciofili sono chiamati a fare la loro figura. Meno attenzione e attesa per uno sport comunissimo che ha goduto solo di privilegi scandalosi e finanziamenti vergognosi, entrare nell'ordine delle idee che il calcio è uno sport comunissimo come tanti altri in cui giocano atleti che dovrebbero avere compensi e retribuzioni, visti gli ultimi risultati, assai sotto la media.
Far cadere dall'Olimpo calcistico i falsi dei riportandoli con le ginocchia per terra servirà al mondo del calcio per darsi una normalizzata definitiva, senza la pressione e l'atmosfera oppressiva di cui ha goduto vergognosamente fino ad adesso, e a noi nel vedere le cose davvero come stanno e come vanno: ovvero un gioco e solo un gioco che non merita particolare attenzione le cui squadre hanno a disposizione quasi sempre tre risultati: pareggio vittoria e sconfitta e se un club o la nazionale si abbona quest'ultima il crepuscolo e la maledizione si abbattano su di essa e non su di noi che, abbiamo altro a cui pensare e che dovremmo limitare a vedere lo sport del calcio come una simpatica ma momentanea distrazione di novanta minuti, il cui moto del pianeta continua come continua lo scorrere del tempo e della vita di ciascuno di noi.
domenica 1 giugno 2014
Matematica repubblicana.
Oggi 2 giugno 2014 ricorre il 68 compleanno della Repubblica Italiana.
Tralasciando la vuota e monotona retorica sulla storia della sua nascita e il discorso un po' più serio su quello che è tutt'ora invece di quello che doveva essere, parlo di un uomo, anzi un giovane che nel breve spazio della sua vita ha unito ideale (repubblicano) e talento (matematico).
Il suo nome è Evariste Galois personaggio celebre per aver dato il proprio nome a una teoria che risolve un problema fino ad allora rimasto tale, dell'algebra astratta antico di svariati millenni.
Nato a Bourg la Reine il 25 ottobre 1811 si fece notare fin da adolescente per un vero e proprio talento innato nella matematica.
Genio e sregolatezza dovuti al fatto che quando frequentava la scuola, allora un vero e proprio privilegio, trovasse gli esercizi di matematica estremamente banali e noiosi e un giorno esasperato dal maestro che voleva obbligarlo a fargli risolvere uno di questi esercizi, rispose scagliandoli il cancellino utilizzato per pulire la lavagna.
I suoi lavori, dapprima di base per la teoria e che più in la sarebbero state comple e lo avrebbero fatto conoscere ai posteri, non vennero mai pubblicate quando era in vita. Si affannò inutilmente a spedire le sue soluzioni (che erano esatte) a famosi matematici dell'epoca tra cui Poisson che forse, leggendo un po' distrattamente i lavori del giovane fenomeno matematico, non li avrebbe capiti chiedendo delucidazioni e chiedendogli una dimostrazione molto più rigorosa e leggibile che non quella fornita da Galois nell'impeto dei suoi anni di giovane e focoso talento matematico e repubblicano.
Evariste Galois conobbe anche il carcere per via delle sue idee estremiste( fu grazie all'interessamento di influenti amici che riuscirono a scarcerarlo proprio all'indomani dell'ascesa di Luigi Filippo I) a cui diede il suo contributo durante le tre gloriose giornate del luglio 1830 che portarono alla fuga del reazionario Carlo X e all'ascesa di Luigi Filippo I d'Orleans.
Insoddisfatto del nuovo corso storico salutò con un brindisi l'avvento del nuovo sovrano "liberale" con un pugnale in mano in perfetta sintonia col suo caratterte geniale e senza freni.
La morte lo colse non all'improvviso nel 1832, Evariste, secondo una versione ufficiale, morì durante un duello combattuto per salvare l'onore di una ragazza di cui il giovane si era innamorato, un' altra afferma che il duello fu in realtà un paravento per eseguire un omicidio politico e sbarazzarsi di una mente fenomenale e impetuosa nel creare al pari del suo spirito ribelle e repubblicano.
Sia che fosse vera la prima o la seconda ipotesi resta il fatto che il ragazzo trascorse tutta la notte precedente il duello, nel completare e riordinare le carte che dimostravano le sue teorie matematiche.
Spirò il 30 maggio del 1832 colpito da un proiettile durante il duello e le sue ultime parole rivolte al fratello Alfred, furono epiche: "Non piangere per me, ci vuole tutto il mio coraggio per morire a venti anni!"
I suoi lavori furono pubblicati postumi grazie al matematico Liouville che ottenute le sue opere e rendendo il lavoro di Galois più leggibile diede ragione due anni dopo nel 1834, al fenomeno matematico morto a singolar tenzone e gettato in una fossa comune di cui ancora oggi non si sa dove riposano i suoi resti. Il manoscritto originale di Evariste Galois fu pubblicato sul "Giornale di Matematica pura e applicata" e fu la dimnostrazione finale di come Evariste Galois avesse individuato la soluzione su come risolvere algebricamente una equazione precedendo un altro matematico Abel a cui fino ad allora fu attribuito, invece, il merito che in realtà non possedeva.
Davvero un bel connubio tra ideale astratto e concretezza matermatica che, per certi aspetti assomiglia a una religione i cui dogmi non sono mere affermazioni ma dimostrazioni esatte universalmente riconosciute.
Chiudiamo ricordando un altro repubblicano, ancora più giovane vissuto e morto anni prima del Nostro. il suo nome era Joseph Bara ed era un ragazzo tamburino dell'esercito rivoluzionario francese, che combatteva gli insorti monarchici della Vanndea. Rifiutatosi di cedere i cavalli dell'esercito e ancora di più, accerchiato, di gridare "Viva il re!" fu ucciso seduta stante dai vandeani urlando "viva la Repubblica!". Inutile chiedere ai nostri politicanti di prendere esempio da questi due giganti, un lillipuziano resterà tale se lillipuziano lo è a livello psicologico e a oggi in Italia c'è davvero poco di cui andare orgogliosi di QUESTA repubblica che sforna lillipuziani a getto continuo.
Consentitemi di scrivere e dedicare a Evariste Galois una strofa di una canzone di De Andrè che si intitola: "La Guerra di Piero".
"...Cadesti a terra senza un lamento e ti accorgesti in un solo momento che il tempo non ti sarebbe bastato per chieder perdono di ogni peccato. cadesti a terra senza un lamento e ti accorgesti in un solo momento che la tua vita finiva quel giorno e non ci sarebbe stato ritorno.
Ninetta mia crepare di maggio ci vuole tanto troppo coraggio....Dormi sepolto in un campo di grano non è la rosa non è il tulipano che ti fan veglia all'ombra dei fossi ma sono mille papaveri rossi."
Tralasciando la vuota e monotona retorica sulla storia della sua nascita e il discorso un po' più serio su quello che è tutt'ora invece di quello che doveva essere, parlo di un uomo, anzi un giovane che nel breve spazio della sua vita ha unito ideale (repubblicano) e talento (matematico).
Il suo nome è Evariste Galois personaggio celebre per aver dato il proprio nome a una teoria che risolve un problema fino ad allora rimasto tale, dell'algebra astratta antico di svariati millenni.
Nato a Bourg la Reine il 25 ottobre 1811 si fece notare fin da adolescente per un vero e proprio talento innato nella matematica.
Genio e sregolatezza dovuti al fatto che quando frequentava la scuola, allora un vero e proprio privilegio, trovasse gli esercizi di matematica estremamente banali e noiosi e un giorno esasperato dal maestro che voleva obbligarlo a fargli risolvere uno di questi esercizi, rispose scagliandoli il cancellino utilizzato per pulire la lavagna.
I suoi lavori, dapprima di base per la teoria e che più in la sarebbero state comple e lo avrebbero fatto conoscere ai posteri, non vennero mai pubblicate quando era in vita. Si affannò inutilmente a spedire le sue soluzioni (che erano esatte) a famosi matematici dell'epoca tra cui Poisson che forse, leggendo un po' distrattamente i lavori del giovane fenomeno matematico, non li avrebbe capiti chiedendo delucidazioni e chiedendogli una dimostrazione molto più rigorosa e leggibile che non quella fornita da Galois nell'impeto dei suoi anni di giovane e focoso talento matematico e repubblicano.
Evariste Galois conobbe anche il carcere per via delle sue idee estremiste( fu grazie all'interessamento di influenti amici che riuscirono a scarcerarlo proprio all'indomani dell'ascesa di Luigi Filippo I) a cui diede il suo contributo durante le tre gloriose giornate del luglio 1830 che portarono alla fuga del reazionario Carlo X e all'ascesa di Luigi Filippo I d'Orleans.
Insoddisfatto del nuovo corso storico salutò con un brindisi l'avvento del nuovo sovrano "liberale" con un pugnale in mano in perfetta sintonia col suo caratterte geniale e senza freni.
La morte lo colse non all'improvviso nel 1832, Evariste, secondo una versione ufficiale, morì durante un duello combattuto per salvare l'onore di una ragazza di cui il giovane si era innamorato, un' altra afferma che il duello fu in realtà un paravento per eseguire un omicidio politico e sbarazzarsi di una mente fenomenale e impetuosa nel creare al pari del suo spirito ribelle e repubblicano.
Sia che fosse vera la prima o la seconda ipotesi resta il fatto che il ragazzo trascorse tutta la notte precedente il duello, nel completare e riordinare le carte che dimostravano le sue teorie matematiche.
Spirò il 30 maggio del 1832 colpito da un proiettile durante il duello e le sue ultime parole rivolte al fratello Alfred, furono epiche: "Non piangere per me, ci vuole tutto il mio coraggio per morire a venti anni!"
I suoi lavori furono pubblicati postumi grazie al matematico Liouville che ottenute le sue opere e rendendo il lavoro di Galois più leggibile diede ragione due anni dopo nel 1834, al fenomeno matematico morto a singolar tenzone e gettato in una fossa comune di cui ancora oggi non si sa dove riposano i suoi resti. Il manoscritto originale di Evariste Galois fu pubblicato sul "Giornale di Matematica pura e applicata" e fu la dimnostrazione finale di come Evariste Galois avesse individuato la soluzione su come risolvere algebricamente una equazione precedendo un altro matematico Abel a cui fino ad allora fu attribuito, invece, il merito che in realtà non possedeva.
Davvero un bel connubio tra ideale astratto e concretezza matermatica che, per certi aspetti assomiglia a una religione i cui dogmi non sono mere affermazioni ma dimostrazioni esatte universalmente riconosciute.
Chiudiamo ricordando un altro repubblicano, ancora più giovane vissuto e morto anni prima del Nostro. il suo nome era Joseph Bara ed era un ragazzo tamburino dell'esercito rivoluzionario francese, che combatteva gli insorti monarchici della Vanndea. Rifiutatosi di cedere i cavalli dell'esercito e ancora di più, accerchiato, di gridare "Viva il re!" fu ucciso seduta stante dai vandeani urlando "viva la Repubblica!". Inutile chiedere ai nostri politicanti di prendere esempio da questi due giganti, un lillipuziano resterà tale se lillipuziano lo è a livello psicologico e a oggi in Italia c'è davvero poco di cui andare orgogliosi di QUESTA repubblica che sforna lillipuziani a getto continuo.
Consentitemi di scrivere e dedicare a Evariste Galois una strofa di una canzone di De Andrè che si intitola: "La Guerra di Piero".
"...Cadesti a terra senza un lamento e ti accorgesti in un solo momento che il tempo non ti sarebbe bastato per chieder perdono di ogni peccato. cadesti a terra senza un lamento e ti accorgesti in un solo momento che la tua vita finiva quel giorno e non ci sarebbe stato ritorno.
Ninetta mia crepare di maggio ci vuole tanto troppo coraggio....Dormi sepolto in un campo di grano non è la rosa non è il tulipano che ti fan veglia all'ombra dei fossi ma sono mille papaveri rossi."
mercoledì 7 maggio 2014
"Lectio Magistralis"
Un Paese che non finisce mai di stupire. L'università Bocconi di Milano ha invitato, per una solenne "Lectio Magistralis", su come diventare ricchi e famosi nientepopodimeno che Flavio Briatore che ricco e famoso lo è già.
Le cose che stupiscono sono due: l'uno è il personaggio invitato per tenere una lezione magistrale su un argomento squallido, l'altro è il comportamento dei laureandi che per assistere alla lezione sono accorsi a centinaia tra spintoni, gridolini manco si trattasse di una rock star o un redivivo tronista.
Oltre a questo c'è da aggiungere anche un commento sulla lezione tenuta da Briatore che in parole povere ha detto ai laureandi che nonostante la preparazione universitaria a cui sono sottoposti, sono degli sfigati futuri disoccupati che in Italia non solo non troveranno lavoro come manger o direttori di aziende prestigiose ma, con la laurea bocconiana farebbero meglio ad aprirsi una pizzeria, "Tanto se fallite con la pizzerie potete dire almeno di averne mangiato uno spigolo" Testuali parole.
Battute feroci che in un Paese serio e con un tasso di normalità alto sarebbero state rispedite al mittente tra lazzi, insulti e la minaccia di prendere il billionario gestore della sua locanda di milionari a sprangate se non avesse abbandonato l'aula.
Siccome l'Italia è l'essenza dell'idioza sociale, politica e oggi anche universitaria, ciò non è accaduto lasciando il posto a risate e foto di rito. Le mamme e i papà dei laureandi saranno orgogliose dei loro pargoli che ridendo alle battute da padrone di Briatore hanno dimostrato di essere aborti viventi.
Non finisce qui, Briatore ha fatto notare come i suoi dipendenti prendano dai tremila ai cinquemila euro mance incluse e sorridono perchè sono felici, certo felici loro ma non chi il cameriere lo fa in pizzeria o al ristorante dove se va bene lavora a nero e i cinquemila euro li vede nell'arco di un decennio.
I laureandi figli di papà e fancazzisti nati e cresciutoi certo non si pingono il problema, per loro il mondo è bello perchè le rette la pagano i genitori, contenti dei loro figli che un domani siederanno in consiglio di amministrazione e saranno la classe dirigente del Paese.
Davvero un bello spettacolo, un bell'esempio concreto e reale sui sedicenti futuri manager che al massimo in giacca e cravatta saranno lo zimbello del Paese a sua volta zimbello dell'Europa, un paese in cui per una lezione magistrale chiama un sospetto milionario (non perchè lo sia davvero, ma per il modo sospetto in cui è diventato tale in poco tempo) che pontifica su come diventare milionari e famosi per poi affermare di aprirsi una trattoria dove almeno si mangia e si beve dimenticando il fatto che, nonostante la laurea bocconiana, ci si ritrovi a servire ai tavoli o a cucinare per quattordici ore filate.
Briatore ha bocciato anche le start up che sono la vera innovazione del momento definendole fuffa e aria fritta, affermazione accolta da applausi e risate divertite.
Sarebbe davvero il caso di aprire una gigantesca trattoria dove spedire a scarpate nel sedere i futuri laureandi che hanno assistito annuendo alla lezione magistrale e con loro i dirigenti della Bocconi e i suoi sedicenti professori e tutti i componenti della struttura, magari facendoli lavorare come bestie per poi fargli fare la fine che facevano gli ebrei e gli zingari sotto Hitler, cotti nei forni crematori, che nel caso sarebbero forni per cuocere i polli.
A proposito di Flavio Briatore, volevo riprendere una vecchia intervista fatta a Piergiorgio Odifreddi, logico matematico e saggista che Briatore lo ha conosciuto bene.
Il professore ricorda di Briatore che nonostante frequentasse lo stesso istituto tecnico geometra di Cuneo Flavio fosse un autentico perdigiorno e uno zuccone, superando a stento gli esami e su quando un giorno alla guida di una macchina andò giù per una scarpata facendo un pauroso incidente, Briatore, racconta Odifreddi nella vecchia intervista, scomparve dalla città ritornando dopo qualche anno ricco e coperto di gloria, in maniera sospetta.
Sul soggetto che ha tenuto tanta prestigiosa lezione basta dire quanto detto poc'anzi. Sulla Bocconi e sui suoi studenti basta far calare un piumone pietoso, certo è risaputo che da quella università uscirà la nuova classe dirigente, i nuovi colletti bianchi, coloro che siedieranno dentro la stanza dei bottoni.
I risultati sono evidenti, di bocconiani ne abbiamo avuti anche al governo Monti, creando disastri e facendo rimpiangere il governo dei nani e delle ballerine.
Per il momento ai futuri laureandi della Bocconi auguriamo di abbottonarsi bene la camicia bianca, inamidarsi il colletto e cominciare a esercitarsi a portare i piatti e apparecchiare i tavoli, ad accogliere i clienti proni se non prostrati per terra, chissà se con la laurea in tasca a furia di leccare il culo a qualche loro cliente milionario, non vengano assunti da Briatore per lavorare al Billionaire oppure farsi fare una foto con un dirigente di azienda multinazionale che, sfruttando i lavoratori ha avuto più culo di loro nel finire nella stanza dei bottoni con le segretarie sbottonate che fanno gavetta e.....Bocconi!
Le cose che stupiscono sono due: l'uno è il personaggio invitato per tenere una lezione magistrale su un argomento squallido, l'altro è il comportamento dei laureandi che per assistere alla lezione sono accorsi a centinaia tra spintoni, gridolini manco si trattasse di una rock star o un redivivo tronista.
Oltre a questo c'è da aggiungere anche un commento sulla lezione tenuta da Briatore che in parole povere ha detto ai laureandi che nonostante la preparazione universitaria a cui sono sottoposti, sono degli sfigati futuri disoccupati che in Italia non solo non troveranno lavoro come manger o direttori di aziende prestigiose ma, con la laurea bocconiana farebbero meglio ad aprirsi una pizzeria, "Tanto se fallite con la pizzerie potete dire almeno di averne mangiato uno spigolo" Testuali parole.
Battute feroci che in un Paese serio e con un tasso di normalità alto sarebbero state rispedite al mittente tra lazzi, insulti e la minaccia di prendere il billionario gestore della sua locanda di milionari a sprangate se non avesse abbandonato l'aula.
Siccome l'Italia è l'essenza dell'idioza sociale, politica e oggi anche universitaria, ciò non è accaduto lasciando il posto a risate e foto di rito. Le mamme e i papà dei laureandi saranno orgogliose dei loro pargoli che ridendo alle battute da padrone di Briatore hanno dimostrato di essere aborti viventi.
Non finisce qui, Briatore ha fatto notare come i suoi dipendenti prendano dai tremila ai cinquemila euro mance incluse e sorridono perchè sono felici, certo felici loro ma non chi il cameriere lo fa in pizzeria o al ristorante dove se va bene lavora a nero e i cinquemila euro li vede nell'arco di un decennio.
I laureandi figli di papà e fancazzisti nati e cresciutoi certo non si pingono il problema, per loro il mondo è bello perchè le rette la pagano i genitori, contenti dei loro figli che un domani siederanno in consiglio di amministrazione e saranno la classe dirigente del Paese.
Davvero un bello spettacolo, un bell'esempio concreto e reale sui sedicenti futuri manager che al massimo in giacca e cravatta saranno lo zimbello del Paese a sua volta zimbello dell'Europa, un paese in cui per una lezione magistrale chiama un sospetto milionario (non perchè lo sia davvero, ma per il modo sospetto in cui è diventato tale in poco tempo) che pontifica su come diventare milionari e famosi per poi affermare di aprirsi una trattoria dove almeno si mangia e si beve dimenticando il fatto che, nonostante la laurea bocconiana, ci si ritrovi a servire ai tavoli o a cucinare per quattordici ore filate.
Briatore ha bocciato anche le start up che sono la vera innovazione del momento definendole fuffa e aria fritta, affermazione accolta da applausi e risate divertite.
Sarebbe davvero il caso di aprire una gigantesca trattoria dove spedire a scarpate nel sedere i futuri laureandi che hanno assistito annuendo alla lezione magistrale e con loro i dirigenti della Bocconi e i suoi sedicenti professori e tutti i componenti della struttura, magari facendoli lavorare come bestie per poi fargli fare la fine che facevano gli ebrei e gli zingari sotto Hitler, cotti nei forni crematori, che nel caso sarebbero forni per cuocere i polli.
A proposito di Flavio Briatore, volevo riprendere una vecchia intervista fatta a Piergiorgio Odifreddi, logico matematico e saggista che Briatore lo ha conosciuto bene.
Il professore ricorda di Briatore che nonostante frequentasse lo stesso istituto tecnico geometra di Cuneo Flavio fosse un autentico perdigiorno e uno zuccone, superando a stento gli esami e su quando un giorno alla guida di una macchina andò giù per una scarpata facendo un pauroso incidente, Briatore, racconta Odifreddi nella vecchia intervista, scomparve dalla città ritornando dopo qualche anno ricco e coperto di gloria, in maniera sospetta.
Sul soggetto che ha tenuto tanta prestigiosa lezione basta dire quanto detto poc'anzi. Sulla Bocconi e sui suoi studenti basta far calare un piumone pietoso, certo è risaputo che da quella università uscirà la nuova classe dirigente, i nuovi colletti bianchi, coloro che siedieranno dentro la stanza dei bottoni.
I risultati sono evidenti, di bocconiani ne abbiamo avuti anche al governo Monti, creando disastri e facendo rimpiangere il governo dei nani e delle ballerine.
Per il momento ai futuri laureandi della Bocconi auguriamo di abbottonarsi bene la camicia bianca, inamidarsi il colletto e cominciare a esercitarsi a portare i piatti e apparecchiare i tavoli, ad accogliere i clienti proni se non prostrati per terra, chissà se con la laurea in tasca a furia di leccare il culo a qualche loro cliente milionario, non vengano assunti da Briatore per lavorare al Billionaire oppure farsi fare una foto con un dirigente di azienda multinazionale che, sfruttando i lavoratori ha avuto più culo di loro nel finire nella stanza dei bottoni con le segretarie sbottonate che fanno gavetta e.....Bocconi!
lunedì 5 maggio 2014
Indietro tutta!
Sabato sera 3 maggio 2014 è andata in onda l'ennesimo teatrino italiano. Dalla serie "non facciamoci mancare niente" è arrivata anche l'ennesima vergogna. Dopo gli ammonimenti le multe comminate a nostro danno dalla UE per le finanze allegre, i crolli di Pompei ecco il circo degli italiani e delle loro istituzioni.
Una finale di coppa italia interrotta, per un ultras napoletano, Giggino a' Carogna noto camorrista che avendo il totale controllo della curva partenopea ha fatto il bello e il cattivo tempo urlando, incitando, minacciando disastri su e giù per lo stadio con tanto di maglia inneggiante alla liberazione di Speziale, il tifoso catanese arrestato e condannato per l'omicidio Raciti qualche anno fa durante la guerriglia dopo il derby tra Catania e Messina.
Le immagini mandate in onda fanno davvero ribrezzo: uomini delle istituzioni grondanti di sudore, tremanti di paura che balbettavano monosillabi inconcludenti al momento del fischio di inizio, i presidenti di napoli e Fiorentina, le due squadre finaliste, che parlottavano davanti al presidente del Consiglio Matteo Renzi che sembrava l'incarnazione di un lillipuziano, ispettori di polizia, prefetto, che correvano come donnicciole non sapendo che bengala schivare, giocatori del Napoli che offrivano parole di pace a uomini avvezzi all'uso di armi da guerra.
E poi lui, Giggino 'a Carogna che con tanto di petto in fuori e voce tonante impartiva ordini a una curva intera imbestialita per la notizia diffusasi all'interno dello stadio della morte di un tifoso napoletano; in reraltà un tifoso partenopeo è stato preso a colpi di pistola da un capo ultras romanista che è stato poi massacrato di botte dai delinquenti supporters napoletani prima della gara.
Conclusione: partita svolta in un clima irreale, vinta dal Napoli per 3-1 mentre nel frattempo questore, prefetto di Roma si affannavano a smentire inutilmente quello che è noto a tutti e quello per cui da trent'anni lo stato da il meglio di se: trattative tra stato-mafia e stato camorra, sabato sera.
C'è proprio da andare orgogliosi di essere italiani: in Europa ci facciamo conoscere per il lato peggiore e per sfornare a getto continuo ominidi politici di paglia che giocano con l'economia come un folle cosparso di benzina gioca col fuoco sicuro di non bruciarsi.
Del resto l'Italia e gli italiani sono questi, difficile scovarne di buoni dato che i buoni sono emigrati e forse cambiato nazionalità per troppa vergogna, impossibile anche trovare buoni politici visto che sono il frutto marcio di una mala pianta che sono gli italiani votanti a cui andrebbe escluso per legge il diritto di voto per manifesta incapacità e ai politici escluso di legiferare e governare a cappella per altrettanto manifesta incapacità e squilibrio mentale.
Un Paese che abbia un mezzo decimale di serietà, autorevolezza, capacità avrebbe non solo preso a calci nel sedere i sedicenti uomini delle istituzioni, ma vedendosi circondato da imbecilli che alle urne riescono a esprimere il voto di preferenza per condannati, urlatori, maghi Merlino e fate Morgana avrebbe preteso che questo paese, nella fatttispecie l'Italia venga governato e sfruttato come una colonia, o peggio espulso dall'Eurozona chiedendone a qualche stato magrebino di annetterlo come provincia "ricca". Ricca di demenza politica, ovviamente.
Non ci si dovrebbe stupire più di nulla, gli italiani si meritano il governo e gli uomini delle istituzioni che si ritrovano abituati solo a urlare, minacciare ma poi starsene davanti alla tv o sulle gradinate dello stadio.
Poco prima del fischio d'inizio L'inno di Mameli è stato sonoramente fischiato, nulla di nuovo sotto il sole, si prende di mira solo un obiettivo sbagliato, più che l'inno a essere sommersi non di fischi ma di bastonate sono i politici e i loro votanti.
Elettori indegni che eleggono politici imbelli, incapaci sia i primi che soprattutto i secondi di prendere provvedimenti drastici e limitarsi all'invettiva, all'indignazione orale e a stracciarsi le vesti virtuali.
Il Paese dell'economia più pericolosa del mondo si scopre anche essere Giuda che si vende alla malavita per trenta denari e ai poteri forti e lobbies per trenta milioni di euro.
Una finale di coppa italia interrotta, per un ultras napoletano, Giggino a' Carogna noto camorrista che avendo il totale controllo della curva partenopea ha fatto il bello e il cattivo tempo urlando, incitando, minacciando disastri su e giù per lo stadio con tanto di maglia inneggiante alla liberazione di Speziale, il tifoso catanese arrestato e condannato per l'omicidio Raciti qualche anno fa durante la guerriglia dopo il derby tra Catania e Messina.
Le immagini mandate in onda fanno davvero ribrezzo: uomini delle istituzioni grondanti di sudore, tremanti di paura che balbettavano monosillabi inconcludenti al momento del fischio di inizio, i presidenti di napoli e Fiorentina, le due squadre finaliste, che parlottavano davanti al presidente del Consiglio Matteo Renzi che sembrava l'incarnazione di un lillipuziano, ispettori di polizia, prefetto, che correvano come donnicciole non sapendo che bengala schivare, giocatori del Napoli che offrivano parole di pace a uomini avvezzi all'uso di armi da guerra.
E poi lui, Giggino 'a Carogna che con tanto di petto in fuori e voce tonante impartiva ordini a una curva intera imbestialita per la notizia diffusasi all'interno dello stadio della morte di un tifoso napoletano; in reraltà un tifoso partenopeo è stato preso a colpi di pistola da un capo ultras romanista che è stato poi massacrato di botte dai delinquenti supporters napoletani prima della gara.
Conclusione: partita svolta in un clima irreale, vinta dal Napoli per 3-1 mentre nel frattempo questore, prefetto di Roma si affannavano a smentire inutilmente quello che è noto a tutti e quello per cui da trent'anni lo stato da il meglio di se: trattative tra stato-mafia e stato camorra, sabato sera.
C'è proprio da andare orgogliosi di essere italiani: in Europa ci facciamo conoscere per il lato peggiore e per sfornare a getto continuo ominidi politici di paglia che giocano con l'economia come un folle cosparso di benzina gioca col fuoco sicuro di non bruciarsi.
Del resto l'Italia e gli italiani sono questi, difficile scovarne di buoni dato che i buoni sono emigrati e forse cambiato nazionalità per troppa vergogna, impossibile anche trovare buoni politici visto che sono il frutto marcio di una mala pianta che sono gli italiani votanti a cui andrebbe escluso per legge il diritto di voto per manifesta incapacità e ai politici escluso di legiferare e governare a cappella per altrettanto manifesta incapacità e squilibrio mentale.
Un Paese che abbia un mezzo decimale di serietà, autorevolezza, capacità avrebbe non solo preso a calci nel sedere i sedicenti uomini delle istituzioni, ma vedendosi circondato da imbecilli che alle urne riescono a esprimere il voto di preferenza per condannati, urlatori, maghi Merlino e fate Morgana avrebbe preteso che questo paese, nella fatttispecie l'Italia venga governato e sfruttato come una colonia, o peggio espulso dall'Eurozona chiedendone a qualche stato magrebino di annetterlo come provincia "ricca". Ricca di demenza politica, ovviamente.
Non ci si dovrebbe stupire più di nulla, gli italiani si meritano il governo e gli uomini delle istituzioni che si ritrovano abituati solo a urlare, minacciare ma poi starsene davanti alla tv o sulle gradinate dello stadio.
Poco prima del fischio d'inizio L'inno di Mameli è stato sonoramente fischiato, nulla di nuovo sotto il sole, si prende di mira solo un obiettivo sbagliato, più che l'inno a essere sommersi non di fischi ma di bastonate sono i politici e i loro votanti.
Elettori indegni che eleggono politici imbelli, incapaci sia i primi che soprattutto i secondi di prendere provvedimenti drastici e limitarsi all'invettiva, all'indignazione orale e a stracciarsi le vesti virtuali.
Il Paese dell'economia più pericolosa del mondo si scopre anche essere Giuda che si vende alla malavita per trenta denari e ai poteri forti e lobbies per trenta milioni di euro.
giovedì 13 marzo 2014
Che cosa è la Chiesa?
A un anno di distanza dall'elezione di Bergoglio al soglio Pontificio, giunge per i cattolici un motivo di dibattito e di turbanmento, specie per quella fetta di cattolici osservanti che in qualche modo possono essere definiti intransigenti.
Papa Francesco coglie al volo una dichiarazione del Cardinale Kasper, affermato teologo, che in una dichiarazione apre le porte della Chiesa ai divorziati.
La novità non è che una tale dichiarazione venga dal Papa, che più volte ha dichiarato la sua apertura per divorziati e omosessuali, considerando anche il fatto che ormai siamo assuefatti ai suoi gesti semplici e poco protocollari, quanto il fatto che, tale dichiarazione di apertura arrivi dall'interno della Curia.
Fino ad oggi i divorziati che hanno contratto nuove nozze con rito civile non possono accedere al sacramento della comunione anche se, come fatto notare diverse volte, moltissimi parroci concedono tale sacramento indistintamente anche se sono a conoscenza che la loro parrocchia è frequentata da divorziati.
Non si tratta di discutere sull'ennesima apertura inaspettata di Bergoglio su un tema piuttoisto che su un altro quanto di capire, cosa sia la Chiesa di Roma.
Essa è una Istituzione fortemente identitaria disponibile al dialogo con il mondo secolare, fermo restando i suoi principi e i suoi valori di insegnamento, oppure una congregazione di fedeli, che in taluni casi è disposta a mettere in discussione i suoi stessi valori e i suoi stessi principi per cui è semopre esistita da duemila anni?
Se è vero che la Chiesa appartiene alla prima categoria essa ha ragionevolmente il diritto di dialogare con il mondo secolare, che però muta opinioni e modi di intendere le cose al pari di come cambiano tempi e stili di vita. Il dialogo non significa e non può significare il mercanteggiamento di certi principi e concetti quali il peccato in nome del mutamento dei tempi e di una forzata apertura della Chiesa su tali concetti mettendone addirittura in dubbio il suo valore che è inoppugnabile in quanto esso appartiene all'insegnamento primordiale dei primi apostoli cristiani.
Se invece la Chiesa appartiene alla seconda categoria, essa allora non è che una mera congregazione di fedeli disposti ad accettare supinamente il fatto che i vertici ecclesiastici siano propensi a rivedere masscciamenti concetti ineccepibili come il peccato e i valori che la Chiesa stessa ha insegnato per oltre duemila anni, piegandosi con la scusa risibile, agli occhi di un vero credente, che la Chiesa dev e adattarsi ai tempi si e anche adattare il concetto di peccato e il caravanserraglio di valori spirituali ad essi connessi.
La cosa stupefacente è che una tale apertura, arrivi da un affermato cardinale teologo e non tanto per il semplice fatto di una apertura che sarebbe ben vista dal mondo secolare, quanto e specificatamente, quello di far passare come non più grave per via di un adattamento ai nuovi tempi, del concetto di peccato riferito a quella categoria di divorziati a cui la Chiesa rifiuta il sacramento della comunione.
Certamente Dio vuole la salvezza del genere umano come sempre dichiarato dalla Chiesa e dai primi apostoli cristiani rifacendosi agli insegnamenti di Gesù, la cosa invece che dovrebbe essere riaffermata è che non solo in nome del dialogo e dell'apertura non è messo in discussione il concetto di peccato di contrarre nuovo matrimonio civile se divorziato, ma anche il fatto che la Chiesa ha il preciso compito di indicare ai suoi fedeli la strada per la redenzione e non l'obiettivo di bandiera di passare un leggero colpo di spugna sul concetto inoppugnabile.
insomma il peccato, se di peccato si tratta, lo è sempre e il dialogo non significa adattarsi al mondo secolare quanto sperare che quest'ultimo si adegui ai valori e ai principi della Chiesa, se all'interno del mondo secolare, ci sono persone decise a seguire anche gli insegnamenti della Chiesa e della parola del Vangelo.
Se anche la Chiesa e i suoi vertici entrano nell'ordine di idee che il macchiarsi di peccato nel diventare agli occhi del clero, bigamo (perchè di questo si tratta), e che tale peccato può essere risolto bofonchiando qualche Gloria al padre, allora si mette davvero in discussione non solo tale concetto ma anche tutto il resto aprendo la strada per nuove revisioni come a dire "Quello che fino a oggi era un peccato mortale e gravissimo agli occhi della Chiesa e che essa condannava ferocemente, da oggi è considerato un errore veniale per cui basta un piccolo periodo di riflessione e qualche preghiera per ottenere il perdono" Insomma in pochi anni si cancellerebbero duemila anni di valori e principi con la conseguenza che il relativismo si intronizzi definitivamente.
La domanda sorge spontanea, è davvero giusto rivedere un tale concetto inoppugnabile, e il dialogo significa implicitamente anche mettere da parte le proprie convinzioni e porgere una arrendevolezza un tantino imbarazzante? Motivo in più il fatto che uno dei due interlocutori è la stessa Chiesa che ha validissime e granitiche argomentazione nonchè solidi valori almeno sulla carta.
Agli occhi un credente osservante un peccato è tale sempre e non in base al mutare dei tempi e in base al dialogo col mondo secolare, un bigamo è tale e se esso vuole redimersi la Chiesa ha il compito specifico di indicare la strada per la redenzione non certo quello di cancellare il peccato o diminuirne la portata.
Papa Francesco coglie al volo una dichiarazione del Cardinale Kasper, affermato teologo, che in una dichiarazione apre le porte della Chiesa ai divorziati.
La novità non è che una tale dichiarazione venga dal Papa, che più volte ha dichiarato la sua apertura per divorziati e omosessuali, considerando anche il fatto che ormai siamo assuefatti ai suoi gesti semplici e poco protocollari, quanto il fatto che, tale dichiarazione di apertura arrivi dall'interno della Curia.
Fino ad oggi i divorziati che hanno contratto nuove nozze con rito civile non possono accedere al sacramento della comunione anche se, come fatto notare diverse volte, moltissimi parroci concedono tale sacramento indistintamente anche se sono a conoscenza che la loro parrocchia è frequentata da divorziati.
Non si tratta di discutere sull'ennesima apertura inaspettata di Bergoglio su un tema piuttoisto che su un altro quanto di capire, cosa sia la Chiesa di Roma.
Essa è una Istituzione fortemente identitaria disponibile al dialogo con il mondo secolare, fermo restando i suoi principi e i suoi valori di insegnamento, oppure una congregazione di fedeli, che in taluni casi è disposta a mettere in discussione i suoi stessi valori e i suoi stessi principi per cui è semopre esistita da duemila anni?
Se è vero che la Chiesa appartiene alla prima categoria essa ha ragionevolmente il diritto di dialogare con il mondo secolare, che però muta opinioni e modi di intendere le cose al pari di come cambiano tempi e stili di vita. Il dialogo non significa e non può significare il mercanteggiamento di certi principi e concetti quali il peccato in nome del mutamento dei tempi e di una forzata apertura della Chiesa su tali concetti mettendone addirittura in dubbio il suo valore che è inoppugnabile in quanto esso appartiene all'insegnamento primordiale dei primi apostoli cristiani.
Se invece la Chiesa appartiene alla seconda categoria, essa allora non è che una mera congregazione di fedeli disposti ad accettare supinamente il fatto che i vertici ecclesiastici siano propensi a rivedere masscciamenti concetti ineccepibili come il peccato e i valori che la Chiesa stessa ha insegnato per oltre duemila anni, piegandosi con la scusa risibile, agli occhi di un vero credente, che la Chiesa dev e adattarsi ai tempi si e anche adattare il concetto di peccato e il caravanserraglio di valori spirituali ad essi connessi.
La cosa stupefacente è che una tale apertura, arrivi da un affermato cardinale teologo e non tanto per il semplice fatto di una apertura che sarebbe ben vista dal mondo secolare, quanto e specificatamente, quello di far passare come non più grave per via di un adattamento ai nuovi tempi, del concetto di peccato riferito a quella categoria di divorziati a cui la Chiesa rifiuta il sacramento della comunione.
Certamente Dio vuole la salvezza del genere umano come sempre dichiarato dalla Chiesa e dai primi apostoli cristiani rifacendosi agli insegnamenti di Gesù, la cosa invece che dovrebbe essere riaffermata è che non solo in nome del dialogo e dell'apertura non è messo in discussione il concetto di peccato di contrarre nuovo matrimonio civile se divorziato, ma anche il fatto che la Chiesa ha il preciso compito di indicare ai suoi fedeli la strada per la redenzione e non l'obiettivo di bandiera di passare un leggero colpo di spugna sul concetto inoppugnabile.
insomma il peccato, se di peccato si tratta, lo è sempre e il dialogo non significa adattarsi al mondo secolare quanto sperare che quest'ultimo si adegui ai valori e ai principi della Chiesa, se all'interno del mondo secolare, ci sono persone decise a seguire anche gli insegnamenti della Chiesa e della parola del Vangelo.
Se anche la Chiesa e i suoi vertici entrano nell'ordine di idee che il macchiarsi di peccato nel diventare agli occhi del clero, bigamo (perchè di questo si tratta), e che tale peccato può essere risolto bofonchiando qualche Gloria al padre, allora si mette davvero in discussione non solo tale concetto ma anche tutto il resto aprendo la strada per nuove revisioni come a dire "Quello che fino a oggi era un peccato mortale e gravissimo agli occhi della Chiesa e che essa condannava ferocemente, da oggi è considerato un errore veniale per cui basta un piccolo periodo di riflessione e qualche preghiera per ottenere il perdono" Insomma in pochi anni si cancellerebbero duemila anni di valori e principi con la conseguenza che il relativismo si intronizzi definitivamente.
La domanda sorge spontanea, è davvero giusto rivedere un tale concetto inoppugnabile, e il dialogo significa implicitamente anche mettere da parte le proprie convinzioni e porgere una arrendevolezza un tantino imbarazzante? Motivo in più il fatto che uno dei due interlocutori è la stessa Chiesa che ha validissime e granitiche argomentazione nonchè solidi valori almeno sulla carta.
Agli occhi un credente osservante un peccato è tale sempre e non in base al mutare dei tempi e in base al dialogo col mondo secolare, un bigamo è tale e se esso vuole redimersi la Chiesa ha il compito specifico di indicare la strada per la redenzione non certo quello di cancellare il peccato o diminuirne la portata.
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