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giovedì 15 ottobre 2015

Sacrilegio, doppio sacrilegio, sacrilegio con fiocco....

Si tiene a Roma in questio giorni il Sinodo dei vescovi che sono chiamati a esprimersi (non a decidere) su un tema che sta dividendo la comunità crisitana e le alte gerarchie ecclesiastiche: ovvero concedere o meno l'eucarestia anche a coppie di divorziati e risposati.
Innanzitutto partiamo da una precisazione doverosa. Il divorzio è una legge dello stato italiano varata all'inizio degli anni '70 e confermata tramite un referendum popolare che ne chiedeva l'abrogazione.
La Chiesa Cattolica Apostolica Romana ha sempre combattuto, contrastato, la legge battendosi accanitamente affinchè il referendum popolare abrogasse la legge che istituiva "lo scioglimento" del matrimonio civile.
La stessa Chiesa non riconosce alcuna validità al divorzio in quanto esso non scioglie definitivamente in alcun modo il vincolo matrimoniale che si interrompe, secondo la dottrina, esclusivamente con la morte naturale di uno dei due partner.
Il cattolicesimo prevede, come del resto, lo stato italiano, l'annullamento del matrimonio, secondo regole e modalità ben definite e specifiche, ad esempio: la costrizione, la minaccia, un matrimonio svoltosi senza l'accordo dei due coniugi o, più semplicemente perchè è venuto meno l'obiettivo principale del sacramento ovvero, la nascita dei figli dunque la consumazione del matrimonio.
Qualcuno potrebbe benissimo chiedersi quale differenza intercorra tra scioglimento del vincolo matrimoniale e annullamento: la differenza è che il divorzio viene sancito tramite articoli di legge e stabilito da un giudice secolare in una aula di tribunale in base alle leggi vigenti ma che non "cancella" il vincolo matrimoniale ma stabilisce in sostanza che i due partner liberi dal legame possono contrarre nuove nozze. Dunque il matrimonio precedente è, ragionando in termini religiosi, ancora valido, ergo per la Chiesa cattolica i divorziati risposati,  congiungendosi con un altro partner si macchiano di un peccato mortale gravissimo quale la bigamia.
Non riconoscendo validità al divorzio, la Chiesa impedisce la celebrazione di nuove nozze a uomini e donne divorziati e non concede il sacramento dell'eucarestia a essi in quanto in stato di peccato mortale.
Anticipando i commenti superflui a questa esposizione dei fatti, dico subito che, quanto scritto sopra non è quanto sostengo io, povero (in)fedele ma quanto stabilisce da decenni la Chiesa cattolica all'interno della sua dottrina e del suo insegnamento. Se ciò rende retrograda la religione cattolica, a tratti liberticida e amorale, si sappia che la religione cattolica non può per natura essere un organismo democratico intendendo "democrazia" il concetto sviluppato a partire dal settecento con l'affermazione dei diritti dell'uomo e del cittadino e via discorrendo. Quindi misurare la dottrina e il comportamento della Chiesa in termini di illuminismo e liberalismo e diritti umani è quanto più sbagliato si possa fare, la Chiesa cattolica non risponde al mondo secolare e ai suoi "principi" in quanto porta avanti una dottrina lunga oltre duemila anni.
Chiusa questa parentesi, passiamo ai fatti di giornata.
Durante i lavori del Sinodo un vescovo parlando davanti all'assemblea, ha esposto un episodio strappalacrime ma che, analizzandolo, suscita un moto di scandalo e di indignazione per chi conosce a fondo il funzionamento della Chiesa Cattolica.
Il vescovo in questione ha detto che durante la celebrazione della messa a cui partecipavano una coppia di divorziati, non potendo, il vescovo concedere il sacramento a nessuno dei due ha visto il figlio della coppia scoppiata prendere in mano l'ostia dividerla in due e consegnarla, con un gesto di carità, a entrambi. Fiumi di lacrime italiche, fazzoletti a portata di mano, commozione allo stato puro, una esplosione di buoni sentimenti per i soliti imbecilli che si lasciano abindolare da episodi simili.
In realtà osservando crudamente l'episodio si tratta nient'altro di uno dei più gravi e pericolosi casi di sacrilegio compiuto ai danni della particola che, come tutti sappiamo, per il dogma della Transunstanziazione diventa sangue e corpo di Cristo.
Fino al Concilio Vaticano II era impensabile, inconcepibile, assolutamente vietato prendere da parte del fedele la particola consacrata direttamente dalle mani del sacerdote, in quanto atto sacrilego che veniva aspramente punito. L'atto è sacrilego tutt'ora anche se il "reato" è passato in secondo piano data la abitudine dei fedeli che ogni domenica si lasciano, per così dire, prendere la mano.
"Reato" non perseguibile più di tanto, o meglio non come cento anni fa, in quanto il fedele sarebbe anche autorizzato a prendere la particola consacrata con le mani. Perchè?
Perchè Paolo VI a conclusione del Concilio Vaticano II firmò a malincuore e anche controvoglia e addirittura con inganno un documento in cui si stabiliva un indulto per quei fedeli che, per sbadataggine o ignoranza avessero preso tra le mani l'ostia direttamente dalle mani del sacerdote.
Quindi tutto finito? No, perchè per i tanti che sono addentrati nel meccanismo della Chiesa e praticano costantemente la fede cattolica, l'atto di prendere tra le mani l'ostia rimane sempre un sacrilegio gravissimo in quanto offende il corpo e il sangue di Cristo. A conferma di tale fatto faccio un esempio un po' lontano e un po' diverso che  potrebbe rendere bene l'idea:  Alessandro VI alias Rodrigo Borgia durante la celebrazione solenne della messa, fece cadere involontariamente una particola per terra, un suo assistente prontamente si accinse a raccoglierla, quando fu briscamente fermato dal papa che gli ordinò di lasciarla stare dov'era. Il gesto suscitò ripugnanza perfino a un ecclesiastico che commentò la vicenda scandalizzato al termine della funzione.
Concludo nel far notare su come certe notizie suscitino facilmente l'emozione lacrimosa dei cittadini comuni che vedono nella negazione dell'eucarestia ai divorziati risposati una intollerabile ingiustizia accusando la Chiesa di essere matrigna.
In realtà le cose studiandole stanno in maniera completamente diversa: non è la Chiesa ad allontanare i fedeli, in quanto il messaggio e la dottrina riguarda e raggiunge tutti e tutti i ceti sociali senza distizione (altro che la democrazia e i diritti umani...), ma sono i fedeli che compiendo una scelta, offerta dal mondo secolare come un atto di progresso, si allontanano dalla Chiesa. Essa agisce e si comporta secondo una dottrina vecchia di due millenni che non può e non deve essere misurata con i parametri del concetto del mondo secolare i cui valori e i cui principi sono labili e possono essere rimangiati.
Per cui cari lettori prima di stracciarvi le vesti dopo aver ascoltato o letto il racconto del monsignore in questione e lasciarvi scappare la lacrimuccia da coccodrillo, cercate di capire, come funziona il meccanismo della Chiesa e cosa dice la dottrina della stessa in proposito a episodi simili, prima di ululare alla luna il vostro dolore o fare come le volpi che, non potendo raggiungere l'uva dissero che era acerba.

mercoledì 9 luglio 2014

Un Nuovo Concilio?

Recentemente Papa Francesco ha monopolizzato l'attenzione dei mass media per il lancio a sorpresa di una scomunica verbale ai mafiosi, affermando che essi, per i loro atti criminali, sono da considerarsi fuori dalla comunità cristiana.
Il tema in questione è un altro, a mio avviso è arrivato il momento di fare un po' di pulizia sia all'interno della gerarchia ecclesiastica, sia tra i presunti fedeli. Il mondo secolare, sempre aggrappato alle evoluzione e ai cambiamenti di società, stili di vita, tradizioni e concetti di giustizia sociale, pare sia riuscito nell'impresa di contaminare anche la Chiesa cattolica che, con la scusa del dialogo e della linea morbida ha sperto le porte a un rilassamento dei costumi e al suo nemico numero uno, almeno sul piano secolare: il relativismo.
Sono pochi i veri fedeli che praticano quotidianamente gli insegnamenti del Vangelo e i precetti cattolici, la restante parte si reca a Messa per abitudine, per poi peccare più di prima anche grazie a moltissimi sacerdoti che vestono l'abito come lavoro più o meno retribuito che certamente non mostrano un esempio lampante, anche dal punto di vista della vita privata.
La domanda corrente e quanto mai attuale è questa: quale strada ha imboccato la Chiesa? Quale strada, se mai non ne ha imboccata nessuna, vuole intraprendere? Quali sono i valori indiscutibili? A tali domande non si può rispondere con una scomunica verbale e gettata lì ai mafiosi, cosa assai ridicola e molto discutibile, ma innanzitutto serve fermarsi un attimo, guardarsi attorno e prendere qualche dolorosa decisione.
Il dialogo con il mondo secolare forte dei suoi pseudo valori non significa in alcun modo barattare i propri a buon mercato, ma semmai chiarire che la Chiesa parte dal dialogo per affermare i suoi valori e i suoi principi e innanzitutto affermare definitivamente che, essere cattolici non significa esserlo perchè si crede passivamente agli insegnamente ricevuti, ne tantomeno esserlo sulla carta perchè lo si dichiara in qualche sondaggio.
La fede religiosa (questo deve essere il dovere della Chiesa) significa attuarne i precetti in maniera quotidiana e far capire che i valori attuati e insegnati dalla Chiesa sono in alcuni casi assai superiori a quelli propinati dal mondo secolare. Non si tratta di manifestare contro l'aborto e il divorzio e fare volantinaggio religioso-politico ma applicare i valori nel vivere comune.
Ovviamente è indispensabile, affinchè, si possa tornare, da parte della Chiesa a pretendere l'esercizio della fede e dei precetti, che essa assuma sembianze assai più credibili di quelle odierne, non necessariamente tornare a essere una roccaforte chiusa ermeticamente al mondo extravaticano, ma in grado di proporsi come una unica alternativa valida.
Innanzitutto è necessario convocare un Concilio solenne che prenda importantissime quanto delicatissime e gravi decisioni.
Basta con la linea morbida e il dialogo che porta a barattare e svendere valori e porsi qualche interrogativo per poi agire di conseguenza.
In primo luogo: la Chiesa condanna senza appello la pratica dell'aborto chirurgico e le altre forme anticoncezionali anche se esse impediscono la trasmissione di malattie infettive? Se la Scienza ha stabilito che il termine vita va applicato anche alle primissime forme di vita unicellulare, allora la pratica dell'aborto chirurgico per la Chiesa va considerato esclusivamente come un omicidio, quindo come un peccato mortale.
Alla donna abortista a cui va comunque lasciato la libertà di scelta, almeno sul piano secolare, dovrebbe essere vietata "ad interim" la somministrazione di tutti i sacramenti (comunione, confessione, eucarestia, ingresso in terreno consacrato e sepoltura fuori dal terreno consacrato) oltre a impedirle di battezzare i propri figli e a essi far ricevere il restante dei sacramenti fino a quando la donn a non mostra un edeguato pentimento e richiede di essere riammessa tra i fedeli e ricevere il resto dei sacramenti. Nei casi gravi si può arrivare alla scomunica e la Chiesa dovrebbe possedere un database di coloro che con il loro comportamento sono stati esclusi dalla comunità e far rispettarne l'allontanamento fino al pentimento con la richiesta davanti al Pointefice di essere riammessa.
Punto secondo: divorzio. La Chiesa condanna ancora la legge sul divorzio in quanto contraria al principio del "Ciò che Dio unisce, l'uomo non divida"? Esistono particolari situazioni in cui un matrimonio può essere sciolto da un ente ecclesiastico preposto? Se per la Chiesa il divorzio è un peccato mortale e se, in un Concilio serio si decida che esso porta il credente in aperto dissidio con la Chiesa esso va, solennemente condannato senza appello e i praticanti privati, come le donne abortiste dei sacramenti per se e per la famiglia di origine e per i figli avuti dal matrimonio fallito. A entrambi va vietato l'ingresso nelle Chiese, la partecipazione a ogni forma liturgica, la possibilità di confessarsi all'interno di luoghi consacrati e di ricevere l'assoluzione, di ricevere ancora meno la comunione e, se irridiccibili l'eucarestia e i sacramenti per i figli. Non solo, se la Chiesa condanna senza appello la pratica del divorzio per futili motivi (incompatibilità di carattere, aridità sentimentale, tradimenti etc.) allora altrettanto da condannare è la possibilità, concessa dal mondo secolare e dalle sue istituzioni, di contrarre nuove nozze, rendendo bigamo e meritevole di scomunica, il o la contraente con divieto perpetuo di ricevere l'eucarestia e la facoltà per il prete di applicare questa opzione.
Punto terzo: il ripristino dell'interdetto. Esso andrebbe applicato alle parrocchie e alle chiese al cui interno il prete o il rappresentantedella gerarchia ecclesiastica non applica con rigore e in maniera ferrea, le decisioni prese dal Concilio sopratutto in materia di divorzio e aborto). L'interdetto dovrebbe prevedere la chiusura a divinis della o delle chiese interessate, il divieto di celebrare messe e ogni genere di sacramenti fino alla sua possibile scensacrazione ufficiale e alla scomunica dell'ecclesiastico in questione.
Quello fin qui scritto non deve far pensare al sottoscritto come un fanatico cattolico ultramilitante, ma a una esplicita richiesta di chiarezza da parte della Chiesa che con un Concilio dovrebbe prendere decisioni in merito alle questioni sopra elencate sempre se si riconosce nella Chiesa che, nei secoli precedenti era militante e operativa nella salvezza delle anime anzichè nel barattare valori. Essere convinti che la Chiesa debba essere misurata con criteri e idee secolari è fuori luogo, tutto ciò che concerne la religione cattolica ha un suo e d esclusivo metro di giudizio e proprie leggi che molto spesso non combaciano con le idee erette nel secolo. La Chiesa dovrebbe fermarsi così come i suoi fedeli e capire finalmente che il cattolicesimo militante non è cantare slogan al papa di turno, ne tantomeno sventolare fazzoletti colorati o possedere e far benedire immaginette sacre, quanto piuttosto sforzarsi quotidianamente di applicare alla lettera, perchè convinti e saldi della propria fede gli insegnamenti e i precetti del cattolicesimo, senza tuttavia essere sordi, ciechi e muti e vivere nel mondo secolare la propria fede. La cosa più difficile per un cattolico è dimostrare di esserlo mentre è più facile gettare nel dimenticatoio i precetti religiosi per vivere a pino dei valori offerti dal mondo secolare e fari si che certi valori secolari siano utilizzati egoisticamente a proprio vantaggio o quando servono per tutelare i nostri interessi.

giovedì 13 marzo 2014

Che cosa è la Chiesa?

A un anno di distanza dall'elezione di Bergoglio al soglio Pontificio, giunge per i cattolici un motivo di dibattito e di turbanmento, specie per quella fetta di cattolici osservanti che in qualche modo possono essere definiti intransigenti.
Papa Francesco coglie al volo una dichiarazione del Cardinale Kasper, affermato teologo, che in una dichiarazione apre le porte della Chiesa ai divorziati.
La novità non è che una tale dichiarazione venga dal Papa, che più volte ha dichiarato la sua apertura per divorziati e omosessuali, considerando anche il fatto che ormai siamo assuefatti ai suoi gesti semplici e poco protocollari, quanto il fatto che, tale dichiarazione di apertura arrivi dall'interno della Curia.
Fino ad oggi i divorziati che hanno contratto nuove nozze con rito civile non possono accedere al sacramento della comunione anche se, come fatto notare diverse volte, moltissimi parroci concedono tale sacramento indistintamente anche se sono a conoscenza che la loro parrocchia è frequentata da divorziati.
Non si tratta di discutere sull'ennesima apertura inaspettata di Bergoglio su un tema piuttoisto che su un altro quanto di capire,  cosa sia la Chiesa di Roma.
Essa è una Istituzione fortemente identitaria disponibile  al dialogo con il mondo secolare, fermo restando i suoi principi e i suoi valori di insegnamento, oppure una congregazione di fedeli, che in taluni casi è disposta a mettere in discussione i suoi stessi valori e i suoi stessi principi per cui è semopre esistita da duemila anni?
Se è vero che la Chiesa appartiene alla prima categoria essa ha ragionevolmente il diritto di dialogare con il mondo secolare, che però muta opinioni e modi di intendere le cose al pari di come cambiano tempi e stili di vita. Il dialogo non significa e non può significare il mercanteggiamento di certi principi e concetti quali il peccato in nome del mutamento dei tempi e di una forzata apertura della Chiesa su tali concetti mettendone addirittura in dubbio il suo valore che è inoppugnabile in quanto esso appartiene all'insegnamento primordiale dei primi apostoli cristiani.
Se invece la Chiesa appartiene alla seconda categoria, essa allora non è che una mera congregazione di fedeli disposti ad accettare supinamente il fatto che i vertici ecclesiastici siano propensi a rivedere masscciamenti concetti ineccepibili come il peccato e i valori che la Chiesa stessa ha insegnato per oltre duemila anni, piegandosi con la scusa risibile, agli occhi di un vero credente, che la Chiesa dev e adattarsi ai tempi si e anche adattare il concetto di peccato e il caravanserraglio di valori spirituali ad essi connessi.
La cosa stupefacente è che una tale apertura, arrivi da un affermato cardinale teologo e non tanto per il semplice fatto di una apertura che sarebbe ben vista dal mondo secolare, quanto e specificatamente, quello di far passare come non più grave per via di un adattamento ai nuovi tempi, del concetto di peccato riferito a quella categoria di divorziati a cui la Chiesa rifiuta il sacramento della comunione.
Certamente Dio vuole la salvezza del genere umano come sempre dichiarato dalla Chiesa e dai primi apostoli cristiani rifacendosi agli insegnamenti di Gesù, la cosa invece che dovrebbe essere riaffermata è che non solo in nome del dialogo e dell'apertura non è messo in discussione il concetto di peccato di contrarre nuovo matrimonio civile se divorziato, ma anche il fatto che la Chiesa ha il preciso compito di indicare ai suoi fedeli la strada per la redenzione e non l'obiettivo di bandiera di passare un leggero colpo di spugna sul concetto inoppugnabile.
insomma il peccato, se di peccato si tratta, lo è sempre e il dialogo non significa adattarsi al mondo secolare quanto sperare che quest'ultimo si adegui ai valori e ai principi della Chiesa, se all'interno del mondo secolare, ci sono persone decise a seguire anche gli insegnamenti della Chiesa e della parola del Vangelo.
Se anche la Chiesa e i suoi vertici entrano nell'ordine di idee che il macchiarsi di peccato nel diventare agli occhi del clero, bigamo (perchè di questo si tratta), e che tale peccato può essere risolto bofonchiando qualche Gloria al padre, allora si mette davvero in discussione non solo tale concetto ma anche tutto il resto aprendo la strada per nuove revisioni come a dire "Quello che fino a oggi era un peccato mortale e gravissimo agli occhi della Chiesa e che essa condannava ferocemente, da oggi è considerato un errore veniale per cui basta un piccolo periodo di riflessione e qualche preghiera per ottenere il perdono" Insomma in pochi anni si cancellerebbero duemila anni di valori e principi con la conseguenza che il relativismo si intronizzi definitivamente.
La domanda sorge spontanea, è davvero giusto rivedere un tale concetto inoppugnabile, e il dialogo significa implicitamente anche mettere da parte le proprie convinzioni e porgere una arrendevolezza un tantino imbarazzante? Motivo in più il fatto che uno dei due interlocutori è la stessa Chiesa che ha validissime e granitiche argomentazione nonchè solidi valori almeno sulla carta.
Agli occhi un credente osservante un peccato è tale sempre e non in base al mutare dei tempi e in base al dialogo col mondo secolare, un bigamo è tale e se esso vuole redimersi la Chiesa ha il compito specifico di indicare la strada per la redenzione non certo quello di cancellare il peccato o diminuirne la portata.

mercoledì 28 novembre 2012

Meglio da soli.

Il quotidiano "la Repubblica" in versione interattiva ha pubblicato un articolo agghiacciante sulla crisi dei matrimoni nel nostro Paese.
I matrimoni celebrati sono in costante calo dal 1972,ma il trend si è accentuato con la crisi economica e finanziaria esplosa nel 2008 e che proviene da oltre Oceano.
Secondo i dati dell' Istat le coppie ritardano il momento del "si" in media fino a 34 anni per gli uomini e 31 per le donne,c'è del vero in quaznto il lavoro divenuto un miraggio,non consente economicamente uno sforzo organizzativo e sopratutto economico come quello richiesto dal matrimonio.
Un altro fattore non di poco conto è l'aumento degli anni scolastici. I giovani si gettano a capofitto nelle università cercando disperatamente un percorso formativo e professionale che,altrimenti sarebbe assai difficile ottenere.
In forte aumento sono le coppie di fatto,ovvero chi decide di convivere senza impacci burocratici e religiosi che renderebbero impossibile la separazione. In questo modo,porre termine a una relazione diventa assai più facile e lo dimostrano i numeri che affermano il fatto incontrovertibile che le coppie di conviventi hanno sfiorato il milione nel'ultimo biennio 2010-2011. In aumento i figli nati tra coppie di fatto,queste secondo l'Istat sarebbero 1 su quattro del totale.
Questi dati danno spunto a una riflessione.
L'Italia forse è l'unico Paese europeo che non riconosce,a livello nazionale,le coppie di fatto e che stenta maledettamente a legiferare sulla questione. Fino ad adesso alcuni comuni hanno lanciato i registri per ottenere un formale riconoscimento ufficiale del loro status,ma è una goccia nel mare. Il vaticano e l'elettorato cattolico vedono con orrore una simile legge che,secondo essi,non distinguerebbe tra sposati e conviventi mescolando le carte.
Personalmente sono favolrevolissimo a una legge che permetta anche alle coppie di fatto di ottenere gli stessi diritti delle coppie sposate regolarmente,ma attenzione: si rischia di aprire,in questo modo una fotocopia di ciò che succede tra marito e moglie una volta presa la decisione di separarsi.
Il più delle volte,le separazioni sono guerre terrificanti a colpi di caerte bollate,violenze psicologiche su minori e violenze fisiche come accaduto a Padova qualche settimana fa,quando un ex marito (avvocato) per ottenere che la sentenza della magistratura,che gli concedeva l'affidamento,fosse resa esecutiva,insieme alla polizia di Stato ha prelevato di forza suo figlio davanti ai compagni di classe scatenando la reazione della cognata che ha iniziato a lanciare contumelie al "bruto".
Non si tratta di affrontare la questione dell'affidamento "esclusivamente" concesso alle mamme,invece che congiunto o solo ai "papà" (che a volte non sono meglio delle mamme). Il tema è un altro,credo che il pericolo maggiore sull'equiparare le coppie di fatto a quelle sposate,sia proprio di aprire questro terrificante scenario,ovvero separazioni traumatiche che a volte sfociano in violenze e prime pagine sui quotidiani.
La legge italiana sul divorzio dovrebbe essere assolutamente rivista: il divorzio dovrebbe essere lampo e reso possibile solo con la firma dei due coniugi o conviventi che,in caso di figli a carico dovrebbero versare una somma mensile da dividere a metà,non appena,per motivi non plausibili (difficoltà economiche,disoccupazione etc) la somma non viene versata anche solo da uno dei genitori,il bambino viene affidato fino alla maggiore età, a un'altra famiglia. Alla famiglia naturale deve essere impedito anche solo avvicinarsi al bambino oltre alla perdita della patria potestà. Con questa legge eviteremmo forse, scene brutali e agghiaccianti e storie da brivido condite da dispetti,cattiverie di ogni genere e grado e vendette personali.
Il divorzio lampo dovrebbe rendere possibile il porre fine a un matrimonio e a una relazione,mentre l'obbligo di versare la somma per un eventuale minore a carico con il deterrente della perdita della patria potestà,evitare che,i coniugi e i "non-coniugi" utilizzino il bambino come pacco o arma di ricatto,sottoponendole a violenze psicologiche.
Per quanto mi riguarda, il problema è alla radice,ovvero il matrimonio stesso,ma anche la mentalità e l'ignoranza di chi impalma e si fa impalmare per poi accorgersi di aver sposato qualcuno assai diverso caratterialmente. Allora tra un cattivo matrimonio e non matrimonio,preferisco un non matrimonio,ovviamente restando attento al fatto di non farmi accalappiare con la scusa della convivenza.
Certi proverbi non sbagliano: Meglio soli che male accompagnati!